Domenica sera in giro per un'altra Udine

Domenica sera, tra gli eventi di Vicino Lontano, c'era anche un itinerario teatrale "nei luoghi delle nuove identità", composto da otto episodi brevi (o meglio sette, più cena etnica finale) situati in alcuni luoghi particolari: il negozio African Shop, una lavanderia a gettone, un phone center, un negozio cinese, più altre cosine. Non ho voglia di fare classifiche di gradimento degli episodi in sé (eterogenei per qualità, ma merita un applauso in più Sandra De Falco). La bellezza dell'idea però bisogna invece segnalarla. Ci siamo trovati, in gruppi di trenta, in posti in cui difficilmente si entra normalmente, anche essendo mentalmente aperti e attenti e politicamente corretti e eccetera eccetera. E' da anni che passo di fronte all'African Shop e mi dico che dovrei fermarmi ed entrare a vedere cosa c'è; ma è su viale delle Ferriere e non si può parcheggiare e fosse questa la ragione sarebbe anche sensata, ma è che semplicemente non ho mai avuto bisogno di fermarmi a vedere. Come non ho mai avuto bisogno di entrare in un phone center (perlomeno a Udine).

L'effetto è stato strano, per due ragioni. Una è che abbiamo occupato questi spazi minuscoli, osservati con curiosità dagli avventori abituali, i quali probabilmente non vedevano grandi ragioni per fare teatro proprio là. Eravamo invasori di uno spazio che è a Udine ma è fuori, in un certo senso, e vive vivacemente di vita propria. Io nell'African Shop non ho seguito Alessandro Berti che leggeva un testo sanscrito: mi sono letto i volantini attaccati alla porta, che chiamavano agli incontri della Christian Blessing Church o ai funerali di our beloved sister X o alla presentazione del nuovo disco di un cantante nero ma che non era il solito rapper danaroso, in un inglese approssimativo ma evidentemente lingua franca per i clienti. E mi sono osservato pacchi di estensioni per i capelli, questo mistero. Nel phone center con gestore del Bangladesh invece ho scoperto che c'è il mango sciroppato: mi sa che ci tornerò, fosse solo per quello (magari con puntata al nuovo kebab lì di fianco).

L'altra ragione è che i locali visitati hanno anche uno standard diverso sia esteticamente che in dotazioni "pratiche". Sono spazi che non potrebbero essere più utilizzati come negozi fatti per "noi": povera pittura alle pareti, infissi insolitamente sobri, banconi in materiali onesti, qualche sbrecciatura, forse pochi estintori. Per di più, visto come vanno le cose in centro, rimarrebbero sfitti, se non ci fossero "loro". Eppure la differenza fa saltare all'occhio una somiglianza più grande: sembra di essere in un qualsiasi paesino di montagna di quindici-venti anni fa. Penso ai negozi di Chiusaforte come erano, e come erano forniti: fatte salve le differenze di target (a Chiusaforte invece delle estensioni trovavi la lacca ed il colore per capelli faidatè), più o meno così. E scendendo a Udine sembrava di andare in una grande città, nella civiltà.

E ' stato un bel giro attraverso altre comunità con cui c'è poca intersezione: io vado all'equo e solidale a comprare le cose prodotte nei paesi lontani, ma gli abitanti dei paesi lontani che pure ormai vivono qua vanno in altri negozi; praticamente non ci incrociamo mai. Peccato che poi alla cena etnica era finito praticamente tutto...

Lunedì 15 Maggio 2006 at 10:45 pm | ¶ | succede

due commenti

sandra

Anche a me l’idea piaceva molto. Peccato che mi sia persa l’evento, ma ne hai fatto un’ottima descrizione tu.

sandra, - 18-05-’06 09:34
Vincenzo

La prossima volta ti trasciniamo…

Vincenzo, (URL) - 23-05-’06 09:31
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