La ragazza di Vajont (T.Avoledo)

Ieri sera, alla presentazione de L'anno dei dodici inverni di Avoledo, mi sono ricordato che subito dopo avere letto La ragazza di Vajont (Einaudi 2008) avevo scritto di getto una recensione per il quindicinale su cui ogni tanto mi capita di pubblicarne una, ma non l'avevo mai consegnata. La riporto ora qua, perché la sento di nuovo attuale (NB: gli specifici fatti di cronaca citati risalgono al 2008, ma anch'essi non suonano vecchi). C'è qualche imprecisione perché non sono mai arrivato alla stesura definitiva.

L'Italia di Avoledo in parole povere

La ragazza di Vajont di Tullio Avoledo è ambientato per una volta in un luogo preciso e non solo suggerito (Pordenone e dintorni), ma situato in un futuro, questo sì, solo suggerito. Si possono tuttavia porre dei paletti, anche temporali, che aiutano a identificare meglio di che futuro si tratta.
La trama principale del romanzo infatti si situa sicuramente: dopo l'11 settembre 2001;  dopo l'ultima scena del Caimano di Moretti; dopo la progettazione e applicazione di un qualche pacchetto sicurezza, effettuate con scrupoloso cinismo; circa dieci anni dopo l'uscita di un libro di poesie di un altro autore friulano, Pierluigi Cappello, libro che però al momento ancora non esiste.
Il protagonista ha avuto un ruolo importante in una “rivoluzione nera” (da non intendersi come cambio di look di un leader) il cui esito però non è stato esattamente quello immaginato dai suoi propugnatori. L'Italia seguita alla rivoluzione ha fatto un passo indietro non solo morale: è povera  quasi come nel secondo dopoguerra, se non fosse per le strutture ereditate da un passato più ricco e destinate comunque alla rovina, in mancanza di capacità di mantenerle (come la Jaguar che il protagonista si ostina a guidare, privilegiato consumatore di benzina grazie alla tessera di partito, in un mondo che si muove prevalentemente in corriera).
Cosa sia successo precisamente non è chiaro: come al solito, Avoledo non propone un libro-mondo dispiegato davanti al lettore, dove tutto va a posto in un disegno di stampo positivista, ma cerca di riprodurre la complessità del mondo reale, dove invece è difficile mettere assieme tutti i pezzi e capire cosa sta succedendo. La nostra esperienza quotidiana è ben più simile all'indeterminatezza degli avvenimenti narrati da Avoledo che al tranquillizzante procedere verso l'inevitabile risoluzione di ogni nodo, come la si trova in altri romanzi esplicitamente intesi a descrivere il presente.
Fatto sta che il protagonista, un tempo importante e pericoloso, ora in disgrazia ma non tanto da essere meno potente o eliminabile, a seguito di un ictus ricorda a fatica il suo contributo alla rivoluzione nera come intellettuale che inizialmente scriveva sull'Olocausto, ma i cui scritti finiscono per essere usati come manuali per una nuova strage a sfondo razziale. Per questo segue una cura, poco efficace, anche se la terapia -obbligatoria- serve per ricordare le cose che si possono ricordare, non necessariamente quelle vere. Recandosi regolarmente in ospedale incontra la ragazza del titolo, con cui inizia una difficile relazione, e che potrebbe essere una vittima della situazione.
Accanto al percorso principale del protagonista, filtra la storia degli anni precedenti nel modo imperfetto prodotto dalla sua memoria martoriata. Sarebbe la parte più interessante, ma non è dato conoscerla fino in fondo, anche se è facile legare questa apparente fantascienza ad eventi sentinella che ci sono più familiari. Si capisce infatti che ad un certo punto un qualche governo gioca la carta della paura del diverso (straniero, nero, sanguemisto, ecc.), con le conseguenze impreviste accennate sopra. La società è un sistema complesso, per il quale può valere la metafora, senz'altro abusata, in uso per descrivere la difficoltà di valutazione del rapporto causa-effetto in quell'altro sistema complesso che è il tempo atmosferico: se una farfalla batte le ali in Brasile, può causare un uragano dall'altra parte del mondo. E così l'instaurazione di leggi e disposizioni che nascono da un'associazione esplicita tra presenza di stranieri e poca sicurezza potrebbe causare eventi abnormi come l'omicidio di un ladro di biscotti, o violenze a coppie omosessuali che passeggiano per le città d'arte, o insensate violenze dei tutori dell'ordine nei confronti di prostitute, barboni, neri. Purtroppo questi esempi non sono presenti esplicitamente nel libro: sono presi dalle cronache recenti,  i vuoti di memoria del protagonista li possiamo tranquillamente riempire anche con queste notizie.
Anche quello che potrebbe diventare un quasi lieto fine, grazie all'eroismo dell'amico in carrozzella soprannominato Lo Storpio, è bruciato dalla riproduzione precisa del tipico compromesso cui siamo abituati dalla politica internazionale: per quanto possa essere esecrabile un'azione, se chi la compie è in qualche modo utile, la punizione non è così scontata. Così capita all'Italia di Avoledo, i cui segreti terribili dell'epoca della rivoluzione nera diventano di pubblico dominio, ma ciò non basta alla sua trasformazione in stato-canaglia con conseguente intervento sovranazionale nello stile di quelli effettuati dopo l'11 settembre.
Una ragione in più per comprare questo libro bello e doloroso è la presenza di una chicca: ad un certo punto viene citata, e poi ricorre, una poesia fino ad ora inedita di Pierluigi Cappello (Parole povere), riportata per esteso nelle note finali.

Giovedì 17 Dicembre 2009 at 08:08 am | | doubleVie, letture

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