Il 10% di fannulloni? bene. Note sul concetto di fannullone e sul senso del 10%
Il Giornale ma anche altri quotidiani riportano la "shockante" ammissione del Rettore de La Sapienza: il 10% dei suoi ricercatori "è fannullone", cioè non ha prodotto pubblicazioni negli ultimi 10 anni.
Premetto che è tutto vero: sicuramente ci sono ricercatori e docenti che non producono o non producono più, alcuni perché proprio fannulloni, altri perché incastrati in altre attività (molto istituzionali, come la didattica, ma che se fatta troppo non lascia spazio alla ricerca, o burocratiche, commissioni, gestione, cose che non si possono rifiutare ma nemmeno mettere in curriculum).
Su questo, due note: una metodologica, ed una mirata a comprendere la dimensione del fenomeno, per confronto.
Per la premessa di cui sopra, non posso fare altro che l'avvocato del diavolo: sì, sicuramente ci sono i fannulloni, ma usare il numero di pubblicazioni, così, secco, come metro di valutazione è una semplificazione esagerata. Intanto dipende dal settore di ricerca: il prof. Frati è un medico, e a Medicina si pubblica "molto" (con variabilità dipendenti dal sottosettore). Si pubblica molto non solo perché si produce molto, ma anche perché le consuetudini interne del settore fanno sì che si pubblichino articoli con molti autori ciascuno, il che permette di suddividere il carico (ad essere gentili) oppure prestarsi alla cosiddetta gift publication (ad essere meno gentili: alcuni autori di fatto non partecipano al lavoro ma vengono semplicemente inseriti nella lista degli autori).
Altri settori hanno numero di pubblicazioni medie molto più basso, e quindi, a priori, non è dato sapere quante pubblicazioni ha senso produrre in cinque anni. Detto questo, finisce il ruolo di avvocato del diavolo, anche se rimando volentieri all'intervista a G.A.Camelia uscita oggi su Repubblica per capire chi ha messo lì i fannulloni...
In ogni caso, la bibliometria è una scienza che si occupa proprio di queste cose, ed è noto da un po' che un solo numero non basta a valutare. Oltretutto altre nazioni si sono accorte che spingere sul numero di pubblicazioni equivale a abbassare la qualità media delle stesse: se devo solo pubblicare molto, non miro alla rivista prestigiosa, non faccio il lavoro faticoso e più rischioso, ma mi limito a piccoli passetti di minore impatto.
L'altra osservazione riguarda invece quel 10%. A me pare non male, ma per chiarirmi le idee sono andato a verificare l'indice di attività che OpenPolis calcola per deputati e senatori, sulla base di ciò che effettivamente producono in Parlamento. Si tratta di un numero tra 0 e 10. Sono sicuramente più che conservativo se stabilisco che un fannullone è uno che prende un voto inferiore a 1 (ma mia madre direbbe che il limite è 6). Quanti sono?
Tra i deputati, circa 245 su 630 hanno un indice di attività inferiore a 1 (su 10): il 39%. Certo, in mezzo ci sono ministri e capi di partito, che fanno altro (come i delegati del Rettore che tempo per pubblicare ne hanno poco), ma sono presenti in Parlamento come parlamentari, e come tali non fanno praticamente niente.
Quindi il 10% in fondo non è poi così male. Il prof. Frati specifica anche che "Il 30 per cento dei ricercatori della facoltà di Giurisprudenza non ha prodotto nulla nell’ambito della ricerca scientifica": visto che in Parlamento è un settore sovrarappresentato, forse è quella la mela marcia? In fondo, l'onorevole Ghedini è presente in aula sono in poco meno del 25% delle occasioni perché è sempre in Tribunale a fare il suo lavoro, forse succede lo stesso anche a docenti e ricercatori di Giurisprudenza...





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