I Top Italian Scientists di Udine

Come qualcuno sa, VIA Academy, organizzazione costituita da alcuni ricercatori italiani residenti all'estero, da un po' di tempo mantiene una lista di Top Italian Scientists, calcolata in base all'H-index (discutibile, discusso, ecc: prendiamola semplicemente come una delle misure che si possono effettuare per valutare l'impatto della ricerca, ricordiamoci che dipende molto dal settore di ricerca, che dipende dall'età, ecc). La lista enumera gli italiani, che lavorino in Italia o all'estero, con H-index maggiore di 30.

Ho estrapolato dalla lista i Top di Udine. Per curiosità. Eccoli:

posizionenomeH-indexsettore
50Diego Cauz63physics
54A De Angelis59astrophysics - physics
68Claudio Schneider45mol cell biology
69Michele Morgante44plant biology
76Alessandro Trovarelli37chemistry
76Alfio Ferlito37clinical - medicine
77G Pauletta36physics
78Margherita Zanetti35biochemistry
78Renato Fanin35haematology - medicine
79Andrea Schaerf34engineering - computer sciences
79Francesco Zaja34haematology - medicine
79Giuseppe Damante34genetics - mol cell biology
80Carlo Alberto Beltrami33mol cell biology - medicine
81Alfonso Colombatti32mol cell biol
81Claudio Brancolini32mol cell biology
82Bruno Grassi31physiology
82Paolo Brambilla31neurosciences
82Paolo Giannozzi31physics
82Salvatore De Vita31rheumatology

Sono 19, ed Udine, sempre secondo VIA, risulta 39esima su 148 istituti di ricerca italiani.

Lunedì 28 Maggio 2012 at 11:58 am | | riCercare, vdm | Nessun commento

Su Un buon posto per morire di Tullio Avoledo

Come mi era già capitato in passato, ho "ritrovato" tra i miei file una mezza recensione a Un buon posto per morire di Tullio Avoledo, immaginata per un settimanale, e lasciata poi lì. L'epoca in cui è stata scritta è specifica, ma il discorso vale ancora (NB: la fotografia sarà esposta in luglio nella mostra del gruppo Flickr Ud& presso la biblioteca civica di Udine, con il titolo "Il senso del romanzo secondo Avoledo").

Un buon posto per morire tutti

“La lotta contro il male non è progredita di un cazzo. L’Amerika ha un presidente negro e probabilmente musulmano, le truppe di Zog la occupano stabilmente, e le lobby giudee di New Pork e Sickago distruggono l’economia. Persino la General Motors è stata comprata dai mangiaspaghetti.”

Trapiantato oltreoceano, potrebbe essere l’estremista ariano-cristiano Anders Breivik a parlare. Magari dopo che qualcuno molto in vista nelle organizzazioni neonaziste gli ha detto che “La razza bianca ha bisogno di te. La razza umana ha bisogno di te. Tu ed io dobbiamo salvare il mondo, Walt”.

Perché il primo a parlare in realtà è Walt, uno dei tanti personaggi di Un buon posto per morire, romanzone a due mani di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo. Chi lo ingaggia per una lotta con un obiettivo impossibile come salvare il mondo è invece il professore di revisionismo Irwin Davis, evidente calco dal quasi omonimo revisionista in carne ed ossa. 

Stavo leggendo questo libro nei giorni del massacro in Norvegia, l’iniziale errore giornalistico, la successiva, occidentale verità. Breivik, bianco, biondo, europeo, ragiona e pensa come Walt, e spara pure come lui. Non ho potuto non pensare all’effetto che Avoledo mi fa ogni volta: ucronia sì, ma così prossima che sembra solo un piccolo sfasamento temporale/culturale, con una capacità visionaria di anticipare di poco quel che sarà –Avoledo probabilmente  è in grado di vederne le radici nel presente, quando i più ancora non fanno caso. La difesa della razza, seppure con sottili differenze, era già un tema presente ne Lo stato dell’unione, per esempio. La dimensione era interregionale, quella volta, e ispirata da una follia che il Friuli sembra ora avere dimenticato: i Celti, costati una certa quantità di denaro pubblico all’epoca di un governo regionale a guida leghista. Questa volta è la Terra intera in pericolo – la Terra come buon posto per morire, non fosse altro perché è l’unico che abbiamo.

Ho iniziato il libro con un po’ di timore, perché non sapevo cosa l’altra mano (Davide Dileo, di cui non ho mai letto niente) avrebbe portato nella scrittura di uno degli autori italiani che preferisco. Un contributo certo di Avoledo è quello da visionario appena nominato; l’altro riconoscibilissimo è che non si salva nessuno. Non è una lotta di buoni contro cattivi. I buoni ci sarebbero, ma non c’è spazio per loro: devono scegliere, e la scelta è solo tra tipi diversi di male. Tutto questo si innesta in un feuilleton dove compaiono  tutti o quasi i temi classici del complottismo e della creduloneria, da Nostradamus agli alieni passando per gli zombie cannibali, tenuti assieme da un videogame intitolato Festung Antartika.  I due protagonisti principali loro malgrado iniziano a giocarvi dopo che i loro figli vengono uccisi perché vi giocavano, ma loro ancora non lo sanno. Non sanno nemmeno chi stanno aiutando e perché: sono convinti che i cattivi siano gli altri, ma non è esattamente così. Questo determina una sarabanda di avventure nel mondo reale e virtuale, con grande spargimento di sangue, violenza gratuita e non, un filo di umorismo e un finale aperto che fa pensare ad un sequel.

Non è il libro migliore di Avoledo. Sospendere il principio di realtà in questo amalgama di temi già in partenza viziati di loro da scarsa credibilità è praticamente impossibile. Gli stessi autori ne sono consapevoli, tanto da mettere tra i pensieri di Leonardo alla caccia degli (e cacciato dagli) assassini un riferimento spensierato alle avventure di Salgari, volutamente incredibile per uno che ha appena perso il figlio. Per il lettore quello è un invito con strizzata d’occhio: è tutto finto, ma intanto gioca con noi, ti divertirai. Anche se proprio tutto no.

Venerdì 25 Maggio 2012 at 5:36 pm | | letture | Nessun commento

11th European Congress on Telepathology and 5th International Congress on Virtual Microscopy

It is with great pleasure that we invite you to the 11th European Congress on Telepathology and 5th International Congress on Virtual Microscopy to be held in Venice, Italy 6-9 June, 2012. The Congress is organized by the University of Udine, the Azienda Sanitaria ULSS 18 Rovigo, with the support of the Società di Anatomia Patologica e Citopatologia diagnostica – italian division of the International Academy of Pathology, the International Academy of Telepathology, the International Academy of Digital Pathology, and other partners.

www.telepathology2012.com

Mercoledì 23 Maggio 2012 at 3:29 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento

Zeviani, Piccolo, Pozzan: quando i giornalisti guardano con un occhio solo

E' di questi giorni la sfilza di articoli su Massimo Zeviani "bocciato" in un concorso universitario a Padova, ma assunto a Cambridge come direttore, evento inserito in contesti che velatamente suggeriscono cattive pratiche durante il concorso. In particolare, nell'articolo di Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi (11/5/2012) si dice che, non essendo Zeviani "inserito nelle cordate giuste, non è mai riuscito a vincere una cattedra universitaria, nonostante abbia pubblicato l'esito delle sue ricerche in riviste come Nature e Science sulle cui colonne arrivano soltanto i ricercatori ipermeritevoli di tutto il mondo".

Le cattive pratiche anche ci sono, ma in questo caso farei l'avvocato del diavolo, perché dire che il più bravo è stato bocciato è come dire che gli altri due, Stefano Piccolo e Tullio Pozzan, sono dei delinquenti. Ci sono state delle occasioni in passato in cui la situazione era esattamente di questo tipo, e ce ne saranno sicuramente in futuro, ma in questo caso, dati alla mano, la situazione non è così tagliata col coltello.

Ho dato un'occhiata veloce a PubMed: il luogo dove si trova tutta la bibliografia biomedica, per verificare cosa hanno pubblicato i tre candidati su Nature e Science (senza fare ragionamenti sulle date di pubblicazione, anche perché mancano altri dati essenziali, come le età). Bene, tutti e tre (a meno di omonimie) hanno pubblicato sulle due prestigiose riviste, con pattern leggermente diversi (Zeviani: 3 su Science, 1 su Nature; Piccolo: 1 su Science, 3 su Nature; Pozzan:  3 su Science, 7 su Nature). Se le pubblicazioni di prestigio (con i loro limiti) fossero l'unico criterio, allora Pozzan, all'epoca del concorso già professore associato (e quindi forse con una carriera già più avanzata), sarebbe stato il vincitore ideale. Pozzan per inciso è anche davanti a Zeviani nella classifica dei Top Italian Scientists secondo VIA Academy, basata sull'H-index (con i suoi limiti). In ogni caso si trattava di tre candidati notevoli, dove parlare di bocciatura è solo una scelta giornalistica (ecco proprio il parere di Pozzan su Il Mattino di Padova). Permettersi di tenere tutti i bravissimi è qualcosa che è possibile solo dove le risorse per la ricerca sono ritenute importanti, quindi non in Italia.

E' inutile elencare il comunque eccellente curriculum di Zeviani senza confrontarlo con quello degli altri due candidati (ad esempio, articolo del Corriere), perché dice solo che lui è molto bravo, non che è più bravo degli altri. E mi pare che gli altri due non si siano presentati come candidati a Cambridge, quindi non sappiamo come sarebbe andato il confronto diretto in situazione extraitaliana. Oltretutto, se in Italia i colloqui si facessero con la semplicità con cui si fanno a Cambridge, ci sarebbero ogni giorno articoli sulla poca serietà con cui si assumono i docenti universitari (e non sto dicendo che il metodo di Cambridge è poco serio: sto dicendo che noi italiani riteniamo che nella complicazione sta la serietà, quando si tratta delle nostre cose, salvo poi invidiare chi se la cava senza perdere tempo).

Quel che invece ora dovremmo sapere e ricordarci, è che a Zeviani sono stati assicurati 50 milioni di dollari in 5 anni per la ricerca. Sono certo che quei fondi qua passerebbero per uno spreco*, ed è circa un terzo di quello che il MIUR ha garantito quest'anno a TUTTI gli atenei italiani col suo bando PRIN su progetti triennali. E' una promessa che qua non si potrebbe fare nemmeno su cifre molto più basse, perché nessuno in università è in grado di sapere quante risorse arriveranno l'anno prossimo, né sarebbe possibile prometterle ad uno specifico ricercatore (qua si fa solo su bando, decine di pagine e mesi/persona di lavoro con probabilità di accettazione inferiore al 5%). Se vogliamo i migliori e che lavorino al meglio, quelli sono i costi associati alle loro ricerche. Chi li tira fuori?

*: perché magari il titolo del progetto è incomprensibile ad un politico o ad un giornalista, e quindi viene usato come arma per denunciare usi impropri del denaro pubblico (per esempio, le "opinioni" di Barbareschi o quanto descritto nel terzo capoverso di questo intervento di Amedeo Balbi).

Venerdì 11 Maggio 2012 at 10:32 am | | riCercare | Nessun commento