Sulla "particella di Dio", vent'anni fa

(S.Benni, da Terra!, Feltrinelli 1983)


LA STORIA DI PADRE MAPPLE
Vent'anni fa Leopold Mapple era il giovane scienziato piú brillante del nostro corso per studenti superdotati all'Istituto di Scienze di Londra. Era un ragazzone di cento chili, roseo e ben vestito. Lo si sarebbe potuto prendere per un ricco rampollo nullafacente: invece era lo scienziato piú importante nella ricerca sulla fisica subatomica. Ma era anche il piú inveterato gaudente, mangione, bevitore, tabagista, donnaiolo e cultore di ogni altra cosa dai piú chiamata vizio.
(..)
Proprio in quei mesi Mapple stava ultimando un esperimento straordinario: era riuscito a costruire una camera a bolle speciale dove era sicuro di scoprire la terza forza elementare, la forza che, diceva, sta all'origine di tutte, e non è né onda né particella, qualcosa di completamente diverso, e definitivo.
"Farò l'ultimo strip-tease alla cosiddetta materia," ci disse, troneggiando tra macerie di lattine di birre, a una festa organizzata la sera prima dell'esperimento. "E quello che resterà alla fine, sarà il principio: altroché Buddha e Javeh e Visnú e altri figuri metà uomo e metà cane e splendenti e resuscitanti e volanti e sibilanti su e giù per il cielo. Basta con il traffico aereo degli impostori! Quello che troveremo al termine del mio esperimento, sarà Dio, a tutti gli effetti di legge: ciò da cui tutto è composto, e creato, e causato: una particella, un'onda, una relazione. Non lancerà fulmini, nel suo nome nessun profeta sarà costretto a massacri, non avrà bisogno di travestirsi da toro di legno per scopare: sarà una formula, tutto li."
(...)
Fragoroso come sempre, Mapple arrivò all'Istituto per l'esperimento. "Bene," disse "ora prendiamo un bell'atomo grassotto e prendiamolo a cazzotti finché non gli cascano giù tutti gli elettrodentoni". Era questo un suo modo colorito di definire gli esperimenti subatomici. Un giovane tecnico si calò
nella grande camera a bolle, dentro la uale sarebbe avvenuto il bombardamento, fino all'ultima particella. Quella mattina Mapple era particolarmente euforico, e ben farcito di birra. Non si accorse che il tecnico si era sdraiato a terra per controllare la temperatura del suolo. Così lo chiuse senza accorgersene dentro la camera, e iniziò il bombardamento. L'esperimento durò otto giorni: per quel tempo, il reparto restò chiuso a tutti. Il nono giorno ecco arrivare Mapple in smoking, reduce dalla solita notte di baldoria. C'eravamo tutti con lui, mentre si avviava alla camera nucleare: “Ragazzi," egli gridava, facendo roteare il bastone d'avorio, "le nuvole di duemila anni di incensi religiosi stanno finalmente per dissolversi. Migliaia di preti invaderanno gli uffici di disoccupazione in tutto il mondo. Nessun bambino verrà mai piú atterrito da purgatori e inferni! Le marmellate in cima agli armadi verranno sterminate, senza paura di ritorsioni. Nelle chiese risuonerà, liberatorio, il tintinnio dei brindisi. Suore nude si concederanno a rabbini infoiati, ex-voto, ex-stole, ex-
messali, tiare, sottanoni e paramenti e ultime cene tutto brucerà, nello stesso fuoco in cui la chiesa ha bruciato i libri,  gli eretici, i villaggi degli infedeli. L'ultima crociata è giunta! L'umanità è salva! Cristo è disceso in terra, anzi è sempre stato li, e io ve lo mostrerò! La causa causarum, la sacra particula, il colui da cui, il primo motore, l'ordo initialis, l'uovo cosmico, il fabbro celeste, il danzatore eterno, l'occhio del Buddha, il kkien, il Wang-
wa, il primo bit, il supremo artefice! Presto a voi in tutto il suo scientifico splendore! Seguitemi!"
E noi lo seguimmo, eccitati, fin davanti alla porta sigillata della camera dell'esperimento, e trattenemmo il fiato insieme a lui, quando lui aprì la porta e vide... vide...

Vide il tecnico, con la barba lunga, e i capelli incolti, con il viso scavato da otto giorni di digiuno, e il camice bianco strappato, che alzava al cielo le mani bruciate dalle ustioni radioattive e gridava: "Sono qui! Sono io, Mapple, finalmente mi hai trovato!" Descrivere il viso di Mapple in quel momento, non mi è possibile: diventò bianco come marmo, gli occhi sembrarono uscirgli dalle orbite, ed egli lanciò un urlo, un urlo che fece tremare i vetri dell'Istituto, e i nostri cuori:
"Nooooooooo!"
Fuggì, travolgendo tutti. Nessuno di noi riuscì a raggiungerlo per spiegargli cosa era veramente successo. Sparì nel nulla e riapparve solo dopo molti giorni, la barba lunga, gli occhi rossi: capimmo subito che era uscito di senno.
"Mapple," cercammo di spiegargli, "quello che hai visto era solo il tecnico dell'Istituto, rimasto chiuso nella tua camera atomica per otto giorni!"
"No, amici," egli disse con voce ispirata, "era Dio! In fondo a ogni atomo, c'è Dio."
Due mesi dopo partì, con questa strana astronave, nello spazio. Da quel giorno egli vola per le galassie, portando la Religione ovunque, nelle stazioni spaziali, nei pianeti, nelle astronavi: non c'è culto o rito o confessione che egli non conosca e commerci. Così sia.

| Mercoledì 04 Luglio 2012 at 10:59 am | | doubleVie, letture, riCercare, succede, varia | Nessun commento

Su Un buon posto per morire di Tullio Avoledo

Come mi era già capitato in passato, ho "ritrovato" tra i miei file una mezza recensione a Un buon posto per morire di Tullio Avoledo, immaginata per un settimanale, e lasciata poi lì. L'epoca in cui è stata scritta è specifica, ma il discorso vale ancora (NB: la fotografia sarà esposta in luglio nella mostra del gruppo Flickr Ud& presso la biblioteca civica di Udine, con il titolo "Il senso del romanzo secondo Avoledo").

Un buon posto per morire tutti

“La lotta contro il male non è progredita di un cazzo. L’Amerika ha un presidente negro e probabilmente musulmano, le truppe di Zog la occupano stabilmente, e le lobby giudee di New Pork e Sickago distruggono l’economia. Persino la General Motors è stata comprata dai mangiaspaghetti.”

Trapiantato oltreoceano, potrebbe essere l’estremista ariano-cristiano Anders Breivik a parlare. Magari dopo che qualcuno molto in vista nelle organizzazioni neonaziste gli ha detto che “La razza bianca ha bisogno di te. La razza umana ha bisogno di te. Tu ed io dobbiamo salvare il mondo, Walt”.

Perché il primo a parlare in realtà è Walt, uno dei tanti personaggi di Un buon posto per morire, romanzone a due mani di Tullio Avoledo e Davide Boosta Dileo. Chi lo ingaggia per una lotta con un obiettivo impossibile come salvare il mondo è invece il professore di revisionismo Irwin Davis, evidente calco dal quasi omonimo revisionista in carne ed ossa. 

Stavo leggendo questo libro nei giorni del massacro in Norvegia, l’iniziale errore giornalistico, la successiva, occidentale verità. Breivik, bianco, biondo, europeo, ragiona e pensa come Walt, e spara pure come lui. Non ho potuto non pensare all’effetto che Avoledo mi fa ogni volta: ucronia sì, ma così prossima che sembra solo un piccolo sfasamento temporale/culturale, con una capacità visionaria di anticipare di poco quel che sarà –Avoledo probabilmente  è in grado di vederne le radici nel presente, quando i più ancora non fanno caso. La difesa della razza, seppure con sottili differenze, era già un tema presente ne Lo stato dell’unione, per esempio. La dimensione era interregionale, quella volta, e ispirata da una follia che il Friuli sembra ora avere dimenticato: i Celti, costati una certa quantità di denaro pubblico all’epoca di un governo regionale a guida leghista. Questa volta è la Terra intera in pericolo – la Terra come buon posto per morire, non fosse altro perché è l’unico che abbiamo.

Ho iniziato il libro con un po’ di timore, perché non sapevo cosa l’altra mano (Davide Dileo, di cui non ho mai letto niente) avrebbe portato nella scrittura di uno degli autori italiani che preferisco. Un contributo certo di Avoledo è quello da visionario appena nominato; l’altro riconoscibilissimo è che non si salva nessuno. Non è una lotta di buoni contro cattivi. I buoni ci sarebbero, ma non c’è spazio per loro: devono scegliere, e la scelta è solo tra tipi diversi di male. Tutto questo si innesta in un feuilleton dove compaiono  tutti o quasi i temi classici del complottismo e della creduloneria, da Nostradamus agli alieni passando per gli zombie cannibali, tenuti assieme da un videogame intitolato Festung Antartika.  I due protagonisti principali loro malgrado iniziano a giocarvi dopo che i loro figli vengono uccisi perché vi giocavano, ma loro ancora non lo sanno. Non sanno nemmeno chi stanno aiutando e perché: sono convinti che i cattivi siano gli altri, ma non è esattamente così. Questo determina una sarabanda di avventure nel mondo reale e virtuale, con grande spargimento di sangue, violenza gratuita e non, un filo di umorismo e un finale aperto che fa pensare ad un sequel.

Non è il libro migliore di Avoledo. Sospendere il principio di realtà in questo amalgama di temi già in partenza viziati di loro da scarsa credibilità è praticamente impossibile. Gli stessi autori ne sono consapevoli, tanto da mettere tra i pensieri di Leonardo alla caccia degli (e cacciato dagli) assassini un riferimento spensierato alle avventure di Salgari, volutamente incredibile per uno che ha appena perso il figlio. Per il lettore quello è un invito con strizzata d’occhio: è tutto finto, ma intanto gioca con noi, ti divertirai. Anche se proprio tutto no.

| Venerdì 25 Maggio 2012 at 5:36 pm | | letture | Nessun commento

Norvegia e... Festung Antartika

Sto leggendo Un buon posto per morire di Avoledo e Dileo. Premetto che mi sta piacendo meno degli altri libri di Avoledo, comunque quello che di Avoledo c'è ancora e sicuramente è la capacità visionaria che fa ritrovare nei suoi romanzi cose che succedono, durante o dopo, nel mondo reale. In questo caso, quel che è successo in Norvegia in questi giorni potrebbe tranquillamente essere successo dentro il romanzo, o dentro il gioco - Festung Antartika- attorno a cui il romanzo ruota. C'è perfino un personaggio che assomiglia a Breivik, ci sono gli stessi ragionamenti.  Quest'uomo ha naso per la realtà, anche se poi sembra fare "solo" fantascienza.

| Domenica 24 Luglio 2011 at 9:08 pm | | letture | Nessun commento

Gli scrittori inutili (E.Cavazzoni)

Io con Cavazzoni mi diverto sempre. Gli scrittori inutili. 7 lezioni e 49 casi (E.Cavazzoni, Guanda 2010)  contiene 49 racconti tra lo stralunato ed il sarcastico sul mondo della letteratura. Il numero nasce dalla combinazione tra i sette vizi che l'aspirante scrittore deve conoscere, e le sette evenienze della vita che lo aiutano a diventare inutile. Forse potevano essere un po' meno, però sono racconti  godibilissimi purché uno non si senta scrittore utile oltre misura.

Un estratto dal racconto numero 22:

Due scrittori in riva al mare giocavano con la sabbia e il secchiello. C'era un terzo scrittore nei pressi che scavava con una paletta, e un quarto stava nell'acqua fino ai ginocchi contemplando le increspature del mare. Lontano, dove finiva la sabbia, un quinto scrittore succhiava un gelato.

«E' ora di scrivere» gridava ad un certo punto l'assistente sociale suonando allegramente una campanella. Al che tutti si alzavan festosi. Alcuni che erano in mare con il salvagente tornavano a riva; e così pure chi era tra gli scogli a guardare le alghe.
«Avete fatto le osservazioni?» chiedeva l'assistente sociale.
«» rispondevano gli scrittori in coro. «Anch'io le ho fatte» diceva in ritardo uno scrittore più basso, ancora tutto bagnato, e mostrava un sassolino. Al che ridevano tutti, e anche lo scrittore più basso rideva.
«Signorina - diceva uno scrittore che portava gli occhiali -, io ho fatto un buco e l'ho osservato.»
«Io ho osservato Michele».
«Io Giulio».
«Io ho dato il pane ai pesci».
«Signorina, io ho il costume bagnato.»

Qualcuno saltellava su una gamba sola per gioco, qualche altro teneva per mano l'amico del cuore. Poi entravano dentro la casa. (..)
Qualcuno si metteva la giacca, qualcuno restava in camicia o in maniche corte, secondo la provenienza e l'età. Poi tutti scrivevano. Non si sentiva volare una mosca. L'assistente sociale poteva lasciarli da soli. (...)
Verso sera gli scritti venivan raccolti.
«Metteteci i nomi - diceva l'assistente sociale -, e la data!»
Gli scritti venivano raccolti in una cartellina di plastica e lasciati ammonticchiati sopra un armadio. Nessuno il giorno dopo ci pensava più; tornavano al mare, e non risulta che finora ci abbia pensato più nessuno.

| Martedì 24 Agosto 2010 at 6:31 pm | | letture | Nessun commento

Mandate a dire all'imperatore (P.Cappello)

Mandate a dire all'imperatore (P.Cappello, Crocetti 2010) cresce sulle ultime poesie di Assetto di Volo (Crocetti 2006), dove si poteva già individuare una poetica nuova, figlia della necessità di far esistere figure e luoghi che per loro natura sarebbero destinati alla scomparsa.

La lingua individuata per questo compito di memoria (“tengo per me cos’è curare un fuoco”) è meno attenta alla precisione formale caratteristica della sua produzione precedente, ma intrisa di materia, oggetti poveri, povere persone nominate per nome e per carattere.

Il libro è intriso di nomi propri (ed una delle poesie si intitola proprio I vostri nomi). Come in ogni testo letterario, bisogna distinguere materia poetica e poeta, ma si dà il caso che, essendo cresciuto nello stesso paesino di montagna, io quei nomi li conosca uno ad uno, e so - di nuovo, per quanto non indispensabile - che quegli eroi di un'epopea degli sconfitti sono stati veri. D'altro canto, non c'è bisogno di essere  vissuti a Chiusaforte per capire questo libro: chiunque abbia fatto parte di una comunità minore, vissuta ai margini di un qualche progresso, saprà vestire i versi coi propri nomi e i propri luoghi.

Nel libro c'è un'eccezione: è La strada della sete, un lungo poema simbolico la cui materia è sempre quella del resto del libro, ma con toni e modi onirici in cui è facile individuare almeno Dante, e che segna una ulteriore nuova direzione. E' il testo che a me piace meno, ma riesco a includerlo nel disegno complessivo della raccolta, che a me ricorda quel che ha fatto in narrativa Manuel Scorza: una epopea del popolo peruviano che tra realtà e invenzione riesce a raccontare qualcosa che altrimenti non esisterebbe, in quanto non raccontato dalla storia ufficiale.

Mandate a dire all'imperatore è finalista al Premio Viareggio-Repaci: in bocca al lupo.

| Venerdì 23 Luglio 2010 at 09:02 am | | doubleVie, letture | Nessun commento
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Pilone (W.Faulkner)

Non è esattamente un libro da spiaggia, Pilone (W.Faulkner, Adelphi 2010). L'ho preso per la copertina: un aereo che ha poco a che fare con gli aerei descritti nel libro, da velocità, ma comunque dell'epoca in cui è ambientato il romanzo, che ha a che fare con il giro delle corse di velocità dette "Pylon", in cui gli aerei devono correre in circuito attorno a dei piloni. I protagonisti sono... eh. Un pilota, un paracadutista acrobatico, una meccanica con un figlio che è di uno degli altri due, un giornalista fallito che li segue, e New Valois, in pratica New Orleans.

Nelle note viene descritto come uno dei romanzi più radicali di Faulkner, ed immagino questo abbia a che fare con la scrittura, densa e contorta, onestamente difficile da leggere. Io ho abbandonato presto l'intenzione di leggere "letteralmente": l'unico modo che ho trovato per affrontare la situazione è stato leggere in modo impressionista, quasi puntinista. Poiché di certe frasi è difficile individuare capo e coda, dopo un po' sono riuscito ad accontentarmi dell'impressione complessiva data da termini, accostamenti, sostanzialmente rinunciando al livello più alto di organizzazione in frasi. Voluto o no dall'autore, questo è stato per me il modo di arrivare in fondo, anche con gusto. Forse però dipende da questo anche il fatto che non ho risolto il piccolo mistero del nome del giornalista.

Come ho appreso dalle note in coda, esisteva una traduzione degli anni '30 in cui il linguaggio era stato semplificato, mentre Mario Materassi, in questa nuova traduzione, cerca di rispettare l'intenzione originaria, fin negli errori di Faulkner (per esempio, l'uso di "miriade" come aggettivo, che mi infastidiva un po' durante la lettura, ma di cui si trova spiegazione nelle note).

| Venerdì 23 Luglio 2010 at 08:32 am | | letture | Nessun commento

Il nipote del Negus (A.Camilleri)

"Se i fatti più importanti sono del tutto inventati, rimane pur vero il clima di autentica stupidità generale, tra farsa e tragedia, che segnò purtroppo un'epoca": così commenta Camilleri nelle note finali, e probabilmente qualcun altro lo riscriverà, in nota ad un qualche altro romanzo, tra un'ottantina d'anni. Ne Il nipote del Negus (Sellerio 2010), adottando pari pari l'espediente già proposto ne La concessione del telefono, l'accumulo di missive ufficiali, note confidenziali, ecc, racconta una storia attorno ad un fatto realmente accaduto negli anni '30. Il giovane nipote del Negus viene in Sicilia a frequentare una scuola mineraria; è nero, ma ragioni di Stato fanno sì che debba essere trattato bene. Essendo il ragazzo un tipo piuttosto furbo, l'esito è esilarante, non tanto per lui ma per il contorno di gerarchetti striscianti al cospetto dei superiori e pronti a scaricare il barile sulla schiena dei sottoposti, il tutto prevalentemente via lettera. Una lettura estiva fin troppo veloce, ed è anche facile assecondare l'autore nella tentazione di leggere facendo finta che non siano passati ottant'anni.

| Martedì 20 Luglio 2010 at 08:04 am | | letture | Nessun commento

Tempo d'estate (J.M.Coetzee)

Gran bella idea. Tempo d'estate (J.M. Coetzee, Einaudi 2010) è una specie di (auto)biografia postuma, consistente nel resoconto dei dialoghi di un biografo di Coetzee che dopo la sua morte intervista le donne "della sua vita". Dalle interviste ne esce un'immagine di Coetzee uomo molto misera, soprattutto affettivamente. Il che induce a ragionare alla dicotomia uomo-autore: si tratta di un premio Nobel, e può lo stesso essere una persona da nulla. Anche se riesce a descrivere con una certa crudeltà la sua stessa scrittura, individuando come debolezza quella che, almeno per me, è in fondo la cifra dei suoi romanzi (o perlomeno dei pochi che ho letto): personaggi senza passione, senza una ricchezza interiore.

Naturalmente però anche questo è un romanzo, per cui non ci si può sentire autorizzati a ritenere vita vera ciò che viene raccontato.

| Domenica 18 Luglio 2010 at 10:53 am | | letture | Nessun commento
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Bianco su nero (R.Gallego)

E' difficile scrivere di disabilità; Ruben Gallego, in Bianco su nero (Adelphi 2004) racconta la sua storia, che dovrebbe essere quella di un privilegiato, ma diventa quella di un normale disabile nella Russia sovietica. Sono dei racconti spesso commoventi, ma a volte anche un po' troppo, il che, affiancato ad una scrittura volutamente in minore, mi ha lasciato a tratti perplesso.  E' comunque da leggere.

| Martedì 13 Luglio 2010 at 6:06 pm | | letture | Nessun commento
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L'uomo duplicato (J.Saramago)

Quando mi sono comprato Caino, alla cassa ho trovato anche una ristampa economica de L'uomo duplicato (J.Saramago, Feltrinelli 2010), che non avevo mai letto. E' un Saramago "usuale": un dettaglio di per sé anomalo e non credibile genera una specie di mondo parallelo consistente e credibile, in cui il lettore rimane invischiato. In questo caso il dettaglio anomalo è la comparsa di un sosia totale del protagonista, un professore che vive una vita piatta e insoddisfacente; la ricerca del sosia è il nocciolo del libro, con esito drammatico ma aperto.

Usuale è anche la scrittura, quella specie di parlato trascritto che costa fatica all'inizio perché prevede una sorta di addestramento preliminare affinché possa essere letta scorrevolmente e con soddisfazione.

Detto questo, rispetto ad altri suoi libri ho dovuto mettere un po' di più impegno nella sospensione dell'incredulità: la ricerca del sosia avviee in una volontaria atmosfera di segretezza che mi ha lasciato più perplesso di altri assurdi alla Saramago (più delle intermittenze della morte, o del distacco della penisola iberica, per intenderci). Una volta passato lo scoglio però tutto fila.

| Lunedì 12 Luglio 2010 at 6:20 pm | | letture | Nessun commento
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Storie impreviste (R.Dahl)

Io non ho letto Dahl da piccolo, e probabilmente mi sono perso qualcosa che ho cercato già di recuperare, da adulto, leggendo (con gusto) Gli sporcelli. Storie impreviste (R.Dahl, TEA 1992) è la versione per adulti: racconti ricchi di humour inglese, piuttosto cinici, con finale tipicamente a sorpresa (spietata). Divertente, mi ha ricordato certe cose di Ambrose Bierce.

| Lunedì 05 Luglio 2010 at 5:17 pm | | letture | Nessun commento
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La vita fa rima con la morte (A.Oz)

  La vita fa rima con la morte (A.Oz, Feltrinelli 2010) ha sotto una idea molto bella: ogni persona incontrata dallo scrittore protagonista, nella sua testa  diventa istantaneamente un possibile personaggio di un qualche suo scritto, e le storie che nascono si intrecciano con la sua, vera o inventata che sia. Poiché il tutto è comunque narrato in un libro, i livelli ovviamente si mescolano. Bella idea, bella scrittura.  Oz però mi fa lo stesso effetto di Roth: finisce che leggo, razionalmente ed intellettualmente apprezzo, ma rimango fuori. Non saprei, razionalmente, perché.

| Domenica 04 Luglio 2010 at 12:53 pm | | letture | Nessun commento
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I cani vanno avanti (V.Brunettin)

Sto cercando di recuperare l'arretrato di microrecensioni: ancora 5 e sono all'attualità (qui per un'anteprima).

Purtroppo I cani vanno avanti (V.Brunettin, ALET 2010) non mi è proprio piaciuto. E' un intreccio di due o tre o quattro storie, messe assieme in modo non particolarmente necessario, con una serie di difetti che danno l'idea di 1) frettolosità e 2) un editor occupato a fare altro. Peccato perché nella scrittura si intravede della qualità. Un breve elenco delle cose che non mi piacciono e di quelle che non vanno:

  • i due protagonisti della traccia che dovrebbe tenere assieme il resto sono scrittori di successo: sostanzialmente delle figure irreali, stereotipate, da fiction televisiva. 
  • la storia della cagnetta Laika/1: la quarta di copertina è fuorviante, perché mi aspettavo qualcosa di più centrato proprio su Laika.
  • la storia della cagnetta Laika/2: già nei libri per bambini mi infastidisco quando vengono associati pensieri e comportamenti umani agli animali (perché si finisce per insegnare che il pitone che mangia il topo è un cattivone), e qui siamo oltre il buonsenso. Le tre candidate al posto di astronauta sono in competizione, ed esibiscono tutta la dinamica di emozioni della tipica velina al primo provino (più una sostanziale frigidità anche in presenza di estro, in comune con tutti i personaggi di sesso femminile del libro tranne una). Ovviamente vince la più bella.
  • anche se si intravede una possibile bella scrittura, a tratti è inutilmente appesantita da una sovrabbondanza di aggettivi, paragoni e metafore che un editor avrebbe dovuto considerare con più attenzione, sia per l'esito barocco, sia per evitare il ridicolo (esempio a memoria: "... il sesso appoggiato sul coperchio del water, appollaiato come un uccello decorativo").
  • Gli altri racconti che compaiono nel libro non paiono giustificati da alcuna ragione interna, se non come confusione nella testa della protagonista.

Difficile che io scriva male di un libro... ma bisogna essere onesti.

| Mercoledì 23 Giugno 2010 at 1:15 pm | | letture | Nessun commento

Caino (J.Saramago)

Nell'ultimo mese ho letto un paio di libri di Saramago, tra cui Caino (Feltrinelli 2010), il suo ultimo lavoro. E' nello stesso filone de Il Vangelo secondo Gesù, anche se dico subito che non ne è all'altezza (pur rimanendo libro leggibilissimo e da leggere).

In questo caso il protagonista è Caino, appunto, che a seguito della maledizione di dio inizia a viaggiare nel tempo, attraversando gli episodi biblici in cui avvengono crudeltà e ingiustizie a cura di dio o su suo ordine. Negli episodi Caino finisce per portare sempre  uno spunto minimo ma essenziale di umanissima carità; o meglio, alla luce delle preferenze di Saramago per le parole, di bontà :

"Se mi dicessero di disporre in ordine di precedenza la carità, la giustizia e la bontà, metterei al primo posto la bontà, al secondo la giustizia e al terzo la carità. Perché la bontà, da sola, già dispensa la giustizia e la carità, perché la giustizia giusta già contiene in sé sufficiente carità. La carità è ciò che resta quando non c'è bontà né giustizia"

Se la scrittura è quella di Saramago, e l'arguzia pure, ciò che mi ha convinto meno è proprio la scelta, che per un ateo è troppo ovvia, dell'espediente degli episodi crudeli. La lista è più o meno quella che si trova, per esempio, nel cap.VII de L'illusione di dio di Richard Dawkins. Ciononostante il libro è una bella lettura, come di consueto; semplicemente, non è un capolavoro.

"Se tu avessi disobbedito all'ordine, che sarebbe successo, domandò isacco, E' costume del signore mandare la rovina, o la malattia, a chi gli è venuto meno, Allora il signore è rancoroso, Penso di sì, rispose Abramo a voce bassa, come se temesse di essere udito, al signore niente è impossibile, Neanche un errore o un crimine, domandò isacco, Gli errori e i crimini soprattutto, Padre, non mi ci trovo con questa religione, Dovrai trovartici, figlio mio, non avrai altro rimedio".

| Domenica 20 Giugno 2010 at 4:28 pm | | letture | Nessun commento
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Figlio del secolo (T.Maniacco)

Figlio del secolo (ed. KappaVu, 2008) è un altro racconto autobiografico di Tito Maniacco, relativo questa volta al periodo dell'infanzia e prima adolescenza fino alla seconda guerra mondiale, ed è anche la storia di Udine, o perlomeno di una sua parte: i borghi in cui il piccolo Tito giocava assieme ad i suoi coetanei. Se è storia, è storia dal basso: i ricordi infantili si intrecciano con la successiva formazione intellettuale di Maniacco, che rimette assieme, ricostruisce, fondendo, nel presente del racconto, il prima che come storico del Friuli Maniacco conosceva bene ed il poi, quello che è diventato grazie o nonostante quel presente.

Confesso che come scrittura mi è piaciuto un po' meno di Mestri di mont; forse per la misura diversa, in quanto la brevità di Mestri di mont non lascia modo di divagare troppo. Nel Figlio del secolo, ben più corposo, il filo è meno teso, corre dietro alle infinite curiosità del Maniacco lettore prima di tutto e scrittore e pittore e politico (come peraltro in diversi altri suoi testi).

| Domenica 20 Giugno 2010 at 10:39 am | | letture | Nessun commento
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La prima presentazione di Mandate a dire all'imperatore

"Mandate a dire all'imperatore", la nuova raccolta di poesie di Pierluigi Cappello, sarà presentata venerdì 4 giugno, alle ore 20.45, nell'aia dell'agriturismo Ai Colonos di Villacaccia (in caso di maltempo  nell'Auditorium comunale di Lestizza).
Nella serata interverranno lo scrittore Eraldo Affinati che ha curato la postfazione del libro e Stas' Gawronski, autore e conduttore di CultBook, la nota trasmissione televisiva della Rai dedicata ai libri, e coordinatore editoriale di RaiLibro, magazine on-line di informazione, approfondimento e critica letteraria di Rai Educational.
L'ingresso è libero.

| Giovedì 03 Giugno 2010 at 09:56 am | | doubleVie, letture, succede | Due commenti
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Mestri di mont (T.Maniacco)

Uno dei libri autobiografici di Tito Maniacco è questo bel Mestri di mont (T.Maniacco, Il Menocchio 2007), in cui narra del suo primo incarico come maestro supplente a Moggessa, frazione di Moggio tutt'ora raggiungibile quasi solo a piedi (e figurarsi nel 1956). Moggessa è un posto molto bello, perlomeno secondo i gusti di un cittadino che ci va come turista camminatore ogni tanto, e quindi gode dall'esterno di una specie di salto indietro nel tempo da cui può tornare quando vuole nelle comodità. Più o meno come Maniacco al suo primo incarico, già abbastanza udinese (e intellettuale) da essere distante da un mondo che anche all'epoca era in estinzione. Maniacco lo sapeva benissimo: non c'è un momento del libro in cui si lascia andare a vagheggiamenti bucolici, in compenso fa bene il suo lavoro di maestro e si conquista, seppur temporaneamente, la fiducia della piccola comunità. Bel libro misurato, commovente, senza indulgenze.

| Martedì 25 Maggio 2010 at 6:50 pm | | letture | Nessun commento

L'ombra del falco (P.Porazzi)

Non è il genere di libri che leggo normalmente, ma è ambientato a Udine e conosco l'autore: L'ombra del falco (P.Porazzi, Marsilio 2010).
Un noir tirato, zeppo di personaggi -dal o dai serial killer a poliziotti con vari gradi di disonestà- e colpi di scena (tra i quali, lo confesso, ad un certo punto mi sono perso), e ovunque l'ombra della corruzione, anche in questa landa che normalmente si autoproclama sana e pulita.
Essendo un esordio le ingenuità sono perdonabili (un esempio: mi convince poco  la rappresentazione della consapevolezza dei cittadini di Udine verso ciò che succede: sarebbe da rimanere chiusi in casa, ma non tutte se ne rendono conto, media inclusi).
Gli amanti del genere noir virato verso il rosso (sangue) si divertiranno.

| Lunedì 10 Maggio 2010 at 10:03 pm | | letture | Nessun commento
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L'illusione di dio (R.Dawkins)

L'illusione di dio (R.Dawkins, Mondadori 2008) è un bel libro che mi ricorda che, quando dico di essere agnostico, lo faccio solo per calmare eventuali discussioni con l'interlocutore: in realtà sono proprio ateo, c'è poco da fare. Ed è anche un libro che immagino venga letto soprattutto da chi non ne ha bisogno.

Il fulcro di tutto è il dio personale (e non il credere ad una generica entità superiore): Dawkins ne dimostra l'improbabilità. Suggerisce anche delle ipotesi sul perché e come si sono sviluppate le religioni, secondo i concetti della memetica (che è la genetica delle idee). Svincola l'idea di morale dai testi su cui si basano le religioni, cosa che chiunque onestamente sa, visto che per estrarre morale dalla Bibbia bisogna fare uno slalom accurato per scartare ciò che ora risulta assolutamente immorale (un esempio simpatico ma realistico).

In generale mi pare che Dawkins sia più pacato di Odifreddi, altro scrittore che si adopera in queste direzioni, anche se lo stesso rimane sicuramente di lettura difficile per chi ha troppe certezze.

| Giovedì 06 Maggio 2010 at 10:02 pm | | letture | Nessun commento
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L'imbalsamatrice (M.B.Tolusso)

Con colpevole ritardo scrivo finalmente de L'imbalsamatrice (M.B.Tolusso, Gaffi 2010). Difficile scrivere del libro di un'amica, ma per fortuna è meno difficile se il libro è bello. Imbalsamatrice è il lavoro della protagonista, N., il che consente di leggersi scene di tanatoprassi descritte con la stessa precisione che si trova in Departures (ma con meno humour nero), anche se le tecniche descritte sono diverse. Il romanzo è ambientato in una Trieste abbarbicata ai ricordi del passato, in cui protagonista e comprimari vari vivono sul limite della società che fa la città.

N. è complicata. Ho letto in giro commenti sulla tortuosità della trama: è vero, a volte si fa fatica a seguire il filo, ma è una rappresentazione accurata della tortuosità del personaggio. Non si può dire altro di una bisessuale con grandi amori maschili ma per una ragione o per l'altra casti, e grandi avventure sessuali ma solo al femminile; di una che ha studiato e letto molto ma butta via un pezzo alla volta la sua biblioteca e usa quel che sa al massimo per umiliare una presunta rivale in amore dalle tette più grosse (scena spassosissima, tra l'altro). Di una che si capisce meglio con i morti che coi vivi.

La trama si intreccia attorno ad un mistero che coinvolge il suo grande amore, il professore, ma N. non è la signora in giallo, le manca la razionalità quando bada alle sue cose, soffocata dal grumo di bile che la governa. Tanto che il mistero si risolve esclusivamente perché viene spiegato all'ultima pagina direttamente dal protagonista. Intanto però si trascina dietro un roteare di eventi su piani temporali diversi e personaggi che vanno dall'ex fidanzato verginone convinto strizzato dentro i pantaloni da boyscout, all'amica irrimediabilmente tossica che è forse l'unica persona cui N. tenga incondizionatamente.

La scrittura è come la si può attendere da una poetessa (ma non lirica! "Questo discorso così poco lirico" è un suo verso in non ricordo più quale poesia): è uno strumento affilato e consapevole, parte integrante e irrinunciabile del romanzo (e mentre lo scrivo penso: beh, dovrebbe essere sempre così. Ma non è sempre così, qualche produttore di romanzi semplicemente racconta qualcosa). Sono stati tirati in ballo tutt'altro che a sproposito scrittori anglosassoni come Welsh e Palahniuk per un confronto che permetta di capire, a scatola chiusa, cosa (e anche come) scrive Mary Barbara, in mancanza di riferimenti geograficamente e letterariamente più vicini.

C'è anche un booktrailer, ma non rende giustizia al libro, conviene leggerlo direttamente.

| Martedì 04 Maggio 2010 at 08:00 am | | doubleVie, letture | Nessun commento