Bibliometria dei ministri-professori

Premesso che è indispensabile valutare la qualità del lavoro scientifico di un ricercatore (in senso lato), il come si possa fare non è un processo banale, risolvibile mettendo assieme un paio di numeretti. Visto che comunque sempre più spesso ci si concentra sul lato peggiore dell'Università, ed in base a ciò tanti sono quelli che vogliono dare lezioni di qualità, propongo un simpatico esercizio che ho fatto di recente.

Ho scorso tutti i curriculum dei Ministri del nostro Governo, per identificare quelli con un passato (o presente) accademico non precario. Ho individuato tre soggetti sicuri: prof. Renato Brunetta (ordinario di Economia del Lavoro, in pensione dallo scorso anno), prof. Ferruccio Fazio (ordinario di Diagnostica per Immagini e Radioterapia), prof. Giulio Tremonti (ordinario di Diritto tributario). Nel curriculum di Sandro Bondi compare un riferimento ad un  periodo come "ricercatore", che non sono riuscito identificare meglio. Maurizio Sacconi è professore a contratto e dichiara diverse pubblicazioni, ma tutte in italiano.

Ho quindi utilizzato il database bibliografico Web of Science di ISI/Thomson per verificare il numero di articoli scritti dai tre ministri/professori, le citazioni da essi ricevute e l'H index; la tabella seguente presenta i risultati della ricerca.

  pubblicazionicitazioni complessiveH index
R.Brunetta200
F.Fazio371-49410896-1122852
G.Tremonti---

La tabella non avrebbe bisogno di molti commenti, ma cerchiamo di interpretarla con tutte le cautele del caso.

Cominciamo dalla situazione più semplice, per la quale però devo una spiegazione. I doppi numeri presenti per il prof. Fazio corrispondono rispettivamente ai dati calcolati sui soli articoli scientifici in senso stretto, e sui dati estesi che includono anche gli atti di conferenze, le lettere, ed altre pubblicazioni secondarie, che da poco tempo sono indicizzate anche da Web of Science. L' H-index non cambia: è un dato che identifica le migliori pubblicazioni di un autore, per cui è abbastanza insensibile proprio a quelle secondarie. Il prof. Fazio presenta dati bibliometrici di tutto rispetto, compatibili con una reale attività da Ordinario di disciplina medica (area in cui si pubblica molto). Pur non conoscendo nel dettaglio il settore della diagnostica per immagini (perché ogni settore ha le sue convenzioni) , sarei tentato di dire che si piazza nei livelli alti di un'ipotetica classifica.

La specificità del settore di ricerca si potrebbe invocare come spiegazione dei numeri, e delle assenze di numeri, per gli altri due Ministri. In realtà però la situazione è leggermente diversa.
Per il prof. Tremonti infatti nel database di ISI non sono presenti pubblicazioni. Come riconosciuto anche negli indicatori di attività scientifica e di ricerca stabiliti dal CUN per l'area 12 "Scienze giuridiche", le pubblicazioni sono prevalentemente in lingua italiana. Quindi in un certo senso sfugge dalla valutazione bibliometrica tradizionale, anche se Web of Science indicizza 115 riviste scientifiche di scienze giuridiche.

Diversa è la situazione del prof. Brunetta. Nel database sono presenti due pubblicazioni internazionali (una del 1993 ed una del 2001), senza alcuna citazione, col risultato che l'H-index è zero (NB: su Wikipedia ne vengono riportate 7, di cui 5 contributi a convegni, ma sempre con H index nullo). Il confronto ovviamente non può essere fatto con il 52 del prof. Fazio, ma con i suoi pari, cioè con docenti, in questo caso, di Economia. Quanto vale in termini di H index un eccellente ricercatore di Economia? Ci viene in aiuto il database IDEAS della University of Connecticut, che riporta dati proprio sui ricercatori di economia. Il primo migliaio (di quelli registrati, non necessariamente tutti) ha H index superiore a 10, fino ad un massimo di 54 per Andrei Shleifer. Non è posto esclusivo per anglofoni: l'italiano Guido Tabellini ha H index pari a 31, per esempio.

Difficile quindi credere a possibili Nobel per il prof. Brunetta, e anche credere che sia uno dei più bravi d'Europa: come ha detto una volta il direttore del mio Dipartimento, "zero è zero in tutte le unità di misura".

| Mercoledì 21 Luglio 2010 at 11:54 am | | riCercare | Nessun commento

Come calcolare il proprio H-index

Visto che tra le chiavi di ricerca frequenti con cui i visitatori capitano qua trovo spesso "calcolare h index", ho deciso di fare un post con qualche informazione pratica.

Innanzitutto, l'H-index è una misura molto sintetica che cerca di coniugare numerosità ed impatto della produzione scientifica; è stato proposto dal fisico Jorge E.Hirsch nel 2005. Un ricercatore ha h-index pari a N se ha pubblicato almeno N lavori citati almeno N volte ciascuno.

Come si misura? Posto che abbiamo a disposizione la lista degli articoli con, ciascuno, il numero di citazioni ottenute, si dispongono in ordine decrescente per numero di citazioni; N sarà la posizione tale per cui alla posizione N+1 il numero di citazioni è inferiore a N+1.

Un esempio tratto dalle slide che ho usato qui:

Naturalmente la difficoltà più grande è reperire il numero di citazioni per i propri articoli. Le fonti attuali sono tre, che forniscono anche i mezzi per calcolare automaticamente il valore; due sono fonti a pagamento, di solito in forma di abbonamento per la propria istituzione di appartenenza, visti i costi.

La prima in assoluto è stata (ed è) ISIKnowledge, che è anche la fonte degli impact factor delle riviste scientifiche.

Per chi è abbonato a ISI, il metodo più conveniente è crearsi un profilo, privato o pubblico, sul sito collegato ResearcherID. Al profilo è possibile associare i propri articoli reperiti sul database di ISIKnowledge, selezionando a mano gli esiti del reperimento che effettivamente corrispondono a propri lavori (perché possono esserci omonimi, errori, ecc: qua e qua ho riportato in passato le mie esperienze con il calcolo dei miei H-index). Su quei lavori (e non su articoli pubblicati in seguito, che possono essere aggiunti una volta pubblicati) il sito mantiene automaticamente aggiornati alcuni dati bibliometrici tra cui l'H-index.

Per chi è invece abbonato a Scopus, bisogna fare una (o più) ricerche corrispondenti al proprio cognome, restringendo eventualmente i risultati in base alle riviste, agli anni, o all'area ("Refine results"). La lista di articoli risultanti può essere scelta tutta oppure, manualmente, un articolo alla volta (per le stesse ragioni spiegate per ISI). Una volta scelto l'insieme su cui calcolare l'H-index, si può pigiare sul tasto "Citation tracker", che porta ad una pagina di analisi bibliometrica. Prima però conviene salvare la lista pigiando sul tasto "Add to list": in questo modo troveremo, in seguito, la stessa lista già pronta. 

In entrambi i casi può capitare che i propri lavori non siano registrati sotto un unico nome, soprattutto quando il cognome è composto. Per il calcolo dell'h-index non è un problema, perché si possono sempre effettuare più ricerche ed aggiungere i lavori al profilo o alla lista. E' possibile comunque comunicare le discrepanze ai gestori, che in linea di massima riaggregheranno cognomi apparentemente diversi (Scopus in particolare ha una funzione per gestire personalità multiple: My settings/Grouped Authors).

Un metodo alternativo e gratuito, oltre che particolarmente gratificante, è usare Google Scholar, direttamente o tramite software che fa il lavoro per noi (per esempio, il famoso Publish or Perish, ma esistono anche dei plugin per Firefox come Scholar H-index Calculator). Google Scholar è un archivio non strutturato di pubblicazioni scientifiche, perlomeno nelle intenzioni, che tiene conto anche delle citazioni ma in modo del tutto automatico. Il risultato è che mediamente uno si ritrova con più pubblicazioni e più citazioni, anche se a volte sono sparse su più versioni dello stesso articolo (qua per una descrizione dei problemi). Ciononostante, può andare bene per una prima valutazione, purché si tenga conto del fatto che si ottengono valori più alti (per esempio: con il plugin di Firefox ho un h-index tra 17 e 23, a seconda di come scrivo il cognome, contro 11 su ISI e 12 su Scopus). La differenza è anche data dal fatto che buona parte dei proceedings di congressi non sono indicizzati nei database di ISI e Scopus, il che per alcuni settori di ricerca è piuttosto limitante (mentre per altri non è un problema).

| Giovedì 15 Luglio 2010 at 1:16 pm | | riCercare | Nessun commento

Il 10% di fannulloni? bene. Note sul concetto di fannullone e sul senso del 10%

Il Giornale ma anche altri quotidiani riportano la "shockante" ammissione del Rettore de La Sapienza: il 10% dei suoi ricercatori "è fannullone", cioè non ha prodotto pubblicazioni negli ultimi 10 anni.

Premetto che è tutto vero: sicuramente ci sono ricercatori e docenti che non producono o non producono più, alcuni perché proprio fannulloni, altri perché incastrati in altre attività (molto istituzionali, come la didattica, ma che se fatta troppo non lascia spazio alla ricerca, o burocratiche, commissioni, gestione, cose che non si possono rifiutare ma nemmeno mettere in curriculum).

Su questo, due note: una metodologica, ed una mirata a comprendere la dimensione del fenomeno, per confronto.

Per la premessa di cui sopra, non posso fare altro che l'avvocato del diavolo: sì, sicuramente ci sono i fannulloni, ma usare il numero di pubblicazioni, così, secco, come metro di valutazione è una semplificazione esagerata. Intanto dipende dal settore di ricerca: il prof. Frati è un medico, e a Medicina si pubblica "molto" (con variabilità dipendenti dal sottosettore). Si pubblica molto non solo perché si produce molto, ma anche perché le consuetudini interne del settore fanno sì che si pubblichino articoli con molti autori ciascuno, il che permette di suddividere il carico (ad essere gentili) oppure prestarsi alla cosiddetta gift publication (ad essere meno gentili: alcuni autori di fatto non partecipano al lavoro ma vengono semplicemente inseriti nella lista degli autori).

Altri settori hanno numero di pubblicazioni medie molto più basso, e quindi, a priori, non è dato sapere quante pubblicazioni ha senso produrre in cinque anni. Detto questo, finisce il ruolo di avvocato del diavolo, anche se rimando volentieri all'intervista a G.A.Camelia uscita oggi su Repubblica per capire chi ha messo lì i fannulloni...

In ogni caso, la bibliometria è una scienza che si occupa proprio di queste cose, ed è noto da un po' che un solo numero non basta a valutare. Oltretutto altre nazioni si sono accorte che spingere sul numero di pubblicazioni equivale a abbassare la qualità media delle stesse: se devo solo pubblicare molto, non miro alla rivista prestigiosa, non faccio il lavoro faticoso e più rischioso, ma mi limito a piccoli passetti di minore impatto.

L'altra osservazione riguarda invece quel 10%. A me pare non male, ma per chiarirmi le idee sono andato a verificare l'indice di attività che OpenPolis calcola per deputati e senatori, sulla base di ciò che effettivamente producono in Parlamento.  Si tratta di un numero tra 0 e 10. Sono sicuramente più che conservativo se stabilisco che un fannullone è uno che prende un voto inferiore a 1 (ma mia madre direbbe che il limite è 6). Quanti sono?

Tra i deputati, circa 245 su 630 hanno un indice di attività inferiore a 1 (su 10): il 39%. Certo, in mezzo ci sono ministri e capi di partito, che fanno altro (come i delegati del Rettore che tempo per pubblicare ne hanno poco), ma sono presenti in Parlamento come parlamentari, e come tali non fanno praticamente niente.

Quindi il 10% in fondo non è poi così male. Il prof. Frati specifica anche che "Il 30 per cento dei ricercatori della facoltà di Giu­risprudenza non ha prodotto nulla nell’ambito della ricerca scientifica": visto che in Parlamento è un settore sovrarappresentato, forse è quella la mela marcia? In fondo, l'onorevole Ghedini è presente in aula sono in poco meno del 25% delle occasioni perché è sempre in Tribunale a fare il suo lavoro, forse succede lo  stesso anche a docenti e ricercatori di Giurisprudenza...

| Martedì 06 Luglio 2010 at 09:44 am | | riCercare | Nessun commento
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Cosa vuol dire "fondi di ricerca"

Cosa si intende per fondi di ricerca nel mondo civile e previdente?

Prendo spunto da un vecchio articolo uscito su The Scientist (A.McCook, The inequality of Science, 2006), in cui si discute delle diseguaglianze tra università e tra Stati (federati) nella capacità di attrazione dei fondi distribuiti dall'NIH (National Institutes of  Health, difficile dire a cosa corrisponde in Italia: è comunque il principale finanziatore statale della ricerca biomedica negli Stati Uniti). Anche se ci sarebbe da discutere sulle diseguaglianze, criticate nell'articolo e qua invece tra le opzioni possibili per il futuro delle nostre università, mi concentro su un piccolo dettaglio, per il quale riporto l'entità del finanziamento NIH alle prime 10 università nel 2004:

Rank
Organization
Amount
1
Johns Hopkins University
$599,151,309
2
University of Washington
$473,432,138
3
University of Pennsylvania
$464,076,925
4
UCSF
$438,778,831
5
SAIC
$403,213,237
6
Washington University
$388,307,875
7
University of Michigan
$368,176,446
8
UCLA
$361,593,433
9
University of Pittsburgh
$360,635,035
10
Duke University
$343,825,304

Al cambio attuale, 599 milioni di dollari sono 486 milioni di euro; 343 milioni di dollari sono 279 milioni di euro.

Quest'anno (2010) il Ministero dell'Università e della Ricerca (il nostro) ha bandito i cosiddetti PRIN ("Progetti di Rilevante Interesse Nazionale") relativi al finanziamento per il 2009, con un processo che finirà nel 2011, per un totale di 105 milioni di euro. Non per la ricerca biomedica: per tutta la ricerca. Aggiungiamoci il FIRB "Futuro in ricerca" per i giovani ricercatori: 25 milioni di euro. Aggiungiamo i fondi destinati dal Ministero della Salute per la ricerca finalizzata (questa volta biomedica): 101 milioni di euro nel 2009 (e come ormai da tradizione italiana, banditi nel 2010). La ricerca corrrente finanziata dallo stesso Ministero va a IRCCS, Istituto Superiore di Sanità, istituti zooprofilattici, Istituto Superiore di Sanità ed altri soggetti simili (ma non le università e gli ospedali non IRCCS), per un bel totale di circa 250 milioni di euro.

Se ci riferissimo solo ai fondi accessibili alle università, si tratta di circa 230 milioni di euro complessivamente (NB: gli USA hanno 5 volte gli abitanti dell'Italia, niente di più).  Anche aggiungendo qualche spicciolo qua e là, tutte le università italiane possono concorrere alla spartizione di quel che ottiene la decima università degli Stati Uniti per la sola ricerca biomedica. Cosa si può pretendere che si faccia, con questa elemosina?

Manca sicuramente qualcosa: aggiungete pure.

UPDATE: scopro da La Voce che le due linee del FIRB "Futuro in ricerca" ammontano in realtà a 45 milioni di euro (e non è l'unica cosa che si scopre, ma prendiamo questa). Si arriva a 250 milioni: sempre più vicini alla decima università statunitense...

| Martedì 22 Giugno 2010 at 2:26 pm | | riCercare, vdm | Un commento
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Meeting on ontological developments of ICF

The meeting "Ontological Developments of the International Classification of Functioning, Disabilities and Health (ICF)" , organized thanks to the MURINET project, is aimed at preparing future enhancements of the well-known ICF classification, developed and maintained by WHO, towards a more formal ontological entity. The meeting includes a first day, more general and centered around the relationship between biomedical classifications and ontologies, and a second day specifically devoted to discussion on ICF.
The first day is opened by acknowledged researchers in the biomedical ontology field (Stefan Schulz, Freiburg University; Samson Tu, Stanford University) and involves other researchers from the WHO Network for the Family of International Classifications and from the MURINET project.
The meeting willl be held in Venice, Italy (Centro Culturale Don Orione – Artigianelli) on 28-29 May, 2010.
Participation of researchers and PhD students whose interests cross biomedical knowledge representation is welcome, in particular to the first day. Participation is free but registration (online at www.reteclassificazioni.it , or contact Vincenzo Della Mea)  is required in order to provide for logistics.

| Giovedì 13 Maggio 2010 at 5:14 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento

Online i dati sulla qualità dei sistemi sanitari regionali

Il pollaio di questi giorni ha oscurato una notizia interessante che va nella direzione delle cose concrete, pur con tutte le attenzioni con cui deve essere considerata.
Il Ministero della Salute ha messo online una serie di indicatori di qualità per i sistemi sanitari regionali e per le singole aziende, elaborati dal Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant'anna di Pisa. Cosa vuol dire praticamente? Che, relativamente ad una serie di indicatori, alcuni di pura osservazione, altri che misurano la qualità usando alcuni eventi paradigmatici, si possono confrontare le varie Regioni italiane dal punto di vista della qualità del servizio sanitario, ed all'interno di ogni Regione anche le singole Aziende.
Gli indicatori vanno dal numero di ospedalizzazioni per mille abitanti, alla durata media della degenza ed alla degenza pre-operatoria in caso di eventi programmati, al numero di parti cesarei, all'utilizzo del day hospital, fino alla spesa media pro-capite per i farmaci (34 in tutto). Le regioni sono divise in cinque quintili, ossia in cinque categorie dimensionalmente equivalenti (dal verde per la performance massima al rosso per quella pessima).

Si può osservare il singolo indicatore per le varie regioni ma anche il comportamento complessivo con una visualizzazione "a bersaglio" che dà un colpo d'occhio sulla prestazione della Regione (in figura, FVG). All'interno della singola Regione, indicatore per indicatore si possono esaminare i comportamenti delle varie aziende sanitarie.

Salta fuori quel che si poteva immaginare: i sistemi sanitari sono molto eterogenei, per essere gentili, con differenze quantitative a volte incomprensibili.

Ognuno si guarderà i dati, ma faccio presente alcune attenzioni da mantenere. Intanto, è importate che gli indicatori adottati abbiano senso (ma molto probabilmente vengono dalla letteratura scientifica). Più criticamente, si auspica che i dati grezzi sottoposti ad elaborazione siano di buona qualità (e questo è meno scontato).
Poi alcuni dati necessitano di essere interpretati in congiunzione con altri indicatori, per comprenderli pienamente. Me ne sono reso conto esaminando i dati del Friuli - Venezia Giulia, che complessivamente si piazza molto bene.
Per fare un esempio (di confusione mia), la durata media della degenza (indicatori H2 e H2.1) è in Regione più alta della media, tanto da piazzarci nel quarto quintile: "si sta in ospedale più della media". Un dato in cui invece qua si primeggia è il tasso di ospedalizzazione globale (H1), non  descritto nei file di accompagnamento: dovrebbe significare che il numero di ricoveri è basso. Immagino siano state applicate tutte le normalizzazioni possibili, comunque potrebbe essere che, andando meno in ospedale, ci si vada quando mediamente è più necessario, per cui magari la durata del ricovero è anche più alta. Non so se è un ragionamento corretto perché non ho idea di quanto i dati vengano normalizzati per il confronto, ma è il tipo di attenzione che è necessario fare nell'interpretazione.
Anche confrontando le aziende sanitarie all'interno della Regione bisogna tenere sempre presente il tipo di azienda ed i servizi che fornisce preferenzialmente. Un ospedale di eccellenza per un determinato tipo di patologie, magari gravi, ovviamente avrà prestazioni diverse da un ospedale dove ci si ferma solo nel caso di patologie più semplici. Sempre per fare un paio di esempi non verificati, la degenza media più elevata in Regione si ha nelle due aziende ospedaliero-universitarie di Udine e Trieste. Può essere (come anche no) che la tipologia di prestazioni fornite, indistinguibile nel dato aggregato, porti appunto ad una maggiore durata delle degenze (penso per esempio ai trapianti). Similmente, un indicatore di qualità è il numero di ricoveri ripetuti entro il mese; nei ricoveri medici (H10.1.1), il CRO di Aviano ottiene la percentuale più elevata (che dal punto di vista della qualità è peggiore), come è però purtroppo ragionevole per un ospedale oncologico.

Peccato che lo strumento utilizzato per il momento dal Ministero per comunicare i dati sia estremamente primitivo: una serie di file PDF, distante da quel che si poteva fare avendo a disposizione il Web. Per esempio, il sistema sanitario inglese ha un bel meccanismo, molto 2.0, che aiuta anche nella selezione dei centri ove recarsi: HealthDirectory.  Ciononostante, è un passo avanti, anche se non basta la valutazione a migliorare le cose.

| Venerdì 23 Aprile 2010 at 3:56 pm | | riCercare | Nessun commento
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E' uscita la seconda edizione

E' in libreria la seconda edizione rivista ed aggiornata di Programmazione Web Lato Server (V.Della Mea, L.Di Gaspero, I.Scagnetto; Apogeo 2010). Rispetto alla precedente c'è più spazio per le tecnologie del web 2.0, diversi esercizi completamente rivisti, ed un generale allineamento verso le versioni più recenti degli ambienti utilizzati, in particolare Java. Informazioni (e materiale online) presso Apogeo.

| Venerdì 23 Aprile 2010 at 1:46 pm | | riCercare, succede, vdm | Due commenti
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Presente e futuro della pubblicazione scientifica

Materiali per il seminario presso l'Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale

Di seguito proponiamo qualche suggerimento di lettura e non solo per chi fosse interessato ad approfondire i contenuti presentati nel seminario "Presente e futuro della pubblicazione scientifica" (V.Della Mea, S.Mizzaro, C.Serra) il 5 marzo 2010 presso l'Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale.

Il testo di Ziman citato nella mia parte è "La vera scienza", edito in Italia da Dedalo (2002). Si può trovare un sunto breve del pensiero di John Ziman in "Why must scientists become more ethically sensitive than they used to be?" (J.Ziman, Science, 4 December 1998: Vol. 282. no. 5395, pp. 1813 - 1814).

Gli archivi bibliografici citati sono: ISIKnowledge, Scopus, Google Scholar. Gli altri due siti che forniscono un servizio (gratuito) di ranking delle riviste scientifiche sono Eigenfactor e SCImago.

Riguardo l'Impact Factor, i lavori originali di Eugene Garfield si trovano qui, mentre Alessandro Figà Talamanca ne ha scritto (polemicamente) qui. L'articolo originale di J.E.Hirsh "An index to quantify an individual's scientific research output" si trova su ArXiv.

Chi volesse calcolarsi il proprio H-index tramite GoogleScholar (che è gratuito), può ricorrere a Publish or Perish di A.Harzing o ad uno dei servizi online come ScholarIndex. Attenzione che i risultati sono in generale sovrastimati: per una critica all'utilizzo di GoogleScholar come archivio bibliografico si leggano i lavori di P. Jacsó a questo proposito.

Infine, questo è il sito ReaderSourcing, dove si possono trovare anche i due articoli citati da Stefano Mizzaro.

| Giovedì 04 Marzo 2010 at 11:56 am | | riCercare, succede, vdm | Nessun commento

I falsi congressi

In un articolo recente, The Scientist descrive un particolare tipo di "fake conference", in cui la conferenza proprio non esiste, ma viene usata come meccanismo per raccogliere dati sensibili dei partecipanti. Esistono infatti da anni congressi il cui unico scopo è far pagare le registrazioni ai partecipanti, in cambio dell'assenza di peer review e con pubblicazione "molto informale" degli atti; ma le ultime varianti non fanno nemmeno quello. Solo un elenco di nomi altisonanti (che non sanno niente della cosa), offerte di viaggio ratis in modo da carpire il numero del passaporto, e poco più. Oppure la truffa classica sulle carte di credito.

| Mercoledì 23 Dicembre 2009 at 1:58 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento
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PEC (Posta Elettronica Certificata) e alternative poco concrete

Lascio qui qualche appunto riguardo un problema sollevato recentemente in una mailing list che frequento: l'obbligo di avere un indirizzo PEC per i professionisti iscritti in albi ed ordini. Obbligo che dovrebbe essere assolto entro qualche giorno...

il Decreto legge del 29 novembre 2008, n. 185 dice: “I professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato comunicano ai rispettivi ordini o collegi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge. Gli ordini e i collegi pubblicano in un elenco consultabile in via telematica i dati identificativi degli iscritti con il relativo indirizzo di posta elettronica certificata.”

La PEC rende in forma elettronica più o meno ciò che dà la posta raccomandata con ricevuta di ritorno: vengono certificate la spedizione, presa in carico, integrità del messaggio, ed eventuale ricezione del messaggio. Il tutto a partire da e verso una casella "fatta apposta", il che significa che non sono servizi applicabili alle caselle che già usiamo, ma abbiamo bisogno di una casella nuova. E, come è ovvio, non garantisce la lettura dei messaggi: semplicemente, nel migliore dei casi, la consegna al programma di posta elettronica del destinatario, se si connette.

La PEC non è uno standard internazionale, ma solamente italiano, anche se è stato di recente sottoposto a valutazione per farlo diventare standard. Investigando un po' su Internet, salta fuori che nella conversione a legge il legislatore ha oculatamente anche se genericamente previsto un'alternativa: "o analogo indirizzo di posta elettronica basato su tecnologie che certifichino data e ora dell'invio e della ricezione delle comunicazioni e l'integrità del contenuto delle stesse, garantendo l'interoperabilità con analoghi sistemi internazionali" che rende non obbligatoria la PEC se si usano altre tecnologie standard con analoghe prestazioni.  Nella legge non si dice come, ma da anni esiste il modo standard di fare posta sicura (S/MIME), avendo un proprio certificato digitale, a partire da qualsiasi casella di posta. Su questo ho cercato di soffermarmi, anche perché buona parte dei tanti commenti negativi che si trovano sul Web a proposito della PEC si concentrano proprio su questa possibilità (per esempio Michele Nasi, e varie estrapolazioni da commenti di Massimo Penco, presidente di Globaltrust).

In S/MIME manca però la certificazione della ricezione, anche se buona parte dei pareri online non si soffermano su questo tutt'altro che insignificante dettaglio, tranne ciò che si trova nei commenti di Andrea Caccia a questo post, e mi pare strano che sia l'unico.

S/MIME esiste da anni, i programmi di posta elettronica lo implementano, ma serve per 1) firmare digitalmente se abbiamo un certificato digitale, e contestualmente garantire l'integrità del messaggio, nonché certificare la data ed ora di produzione del messaggio stesso e 2) mandare messaggi cifrati se il destinatario ha un suo certificato digitale. Non implementa un meccanismo di certificazione dell'invio e della ricezione, e né potrebbe, perché non possono essere mittente o destinatario a farsene carico, visto che nell'invio e ricezione si attraversa sempre un'infrastruttura di reti e server SMTP/POP di cui mittente e destinatario non sono responsabili.

Quindi la PEC ha i suoi difetti soprattutto perché non è uno standard internazionale, ma mi pare di avere compreso che non esiste ancora uno standard internazionale che assolva quello scopo particolare (candidati: REM, e solo in parte ECPM). S/MIME fa anche altro, visto che con la PEC non spediamo documenti informatici in senso stretto (cioè con firma digitale: se ci interessa, dobbiamo firmarli secondo legge), ma non fa ricevuta di ritorno, per dirla in poche parole. 

Per i privati cittadini, INPS e ACI (!) forniscono una casella gratuita; gli ordini e gli albi si stanno attrezzando per i professionisti. Gli altri la devono comprare, e costa poco; poi però bisogna ricordarsi di controllarla, perché diventa uno strumento per l'invio di documenti ufficiali (anche se mi pare che non si preveda niente riguardo la possibilità che uno abbia la casella ma non la controlli, né si prevede niente nel caso la casella si intasi).

| Mercoledì 25 Novembre 2009 at 11:12 am | | riCercare, varia | Nove commenti
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Fondi di ricerca ai giovani o ai senior? Dibattito sul New Scientist

Su The Scientist è in corso un dibattito sui meccanismi di finanziamento dell'NIH, che di recente ha introdotto un incentivo per i giovani ricercatori, nella forma di una soglia più bassa per il finanziamento (nel bando R01s). Ci sono almeno tre articoletti che ne discutono:

  • il primo è NIH R01s: No Longer the Best Science di Les Costello, un senior (48 anni di ricerca) che si lamenta del fatto che discriminare in base all'età fa sì che la qualità si abbassi.
  • il secondo è la risposta ufficiale dell'NIH: NIH Continues to Support the Best Science through R01s (Walter Schaffer e Sally Rockey). I due autori fanno notare che quando Costello ha ricevuto il suo primo grant nel 1963, oltre la metà delle richieste veniva finanziata, e per oltre un terzo erano di giovani ricercatori, mentre nel 2006 le domande finanziate erano circa un quinto, con nemmeno un quarto destinate ai giovani ricercatori. Notano anche peraltro che l'età media al primo grant è salita nel tempo, fino ai 42 anni del 2006; il che significa che si è allungato il periodo di training richiesto prima di ottenere una posizione in un ente di ricerca. Lo scopo della nuova policy a favore dei giovani ricercatori è incentivare la riduzione del tempo di training e garantire il ricambio della leadership scientifica (della loro nazione, ovviamente).
  • il terzo è
    Give Young Scientists a Break. I don’t know if I could have even started my career in today’s funding environment. (Steven Wiley). Wiley fa notare che i punteggi di priorità non dipendono solo dalla qualità scientifica, ma anche dal fatto che i revisori sono umani, per cui una cattiva organizzazione del testo, errori tipografici o simili possono costare cari anche in presenza di buone idee; ed i giovani ricercatori hanno meno esperienza proprio nella scrittura di domande di finanziamento. Conclude dicendo pure che se l'NIH è costretto a badare alle questioni di avanzamento di carriera dei giovani ricercatori è perché non ci pensano le università, che hanno abdicato alle loro responsabilità.

Bello poter discutere di fondi di ricerca, dove ci sono... qua abbiamo una riforma in principio interessante in alcuni punti, in pratica resa inutile dalla pretesa del costo zero.

| Martedì 03 Novembre 2009 at 12:25 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento

master INMED - seminario di Robert Jakob (OMS)

Sabato 31 ottobre dalle ore 9 alle 12:30, presso la sala "soffietto" del padiglione di ingresso dell'Ospedale Civile di Udine, Robert Jakob (OMS, Ginevra) terrà un seminario dal titolo "Le classificazioni internazionali dell'OMS". Il seminario si tiene nell'ambito del Master Universitario di II livello in Informatica Medica INMED, ed è aperto al pubblico e gratuito.

| Martedì 27 Ottobre 2009 at 10:01 am | | riCercare, succede, vdm | Nessun commento

Useful links for ICF and SUMO

These are useful links I'll mention in my talk on ICF and SUMO at the Electronic Tools Committee meeting (12 October 2009), WHO-FIC Network Meeting, Seoul :

| Domenica 11 Ottobre 2009 at 09:04 am | | riCercare, vdm | Nessun commento
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Nuovo orario di ricevimento

Dal 19 ottobre 2009 il ricevimento studenti non si terrà più il lunedì pomeriggio ma il martedì, dalle 12:15 alle 13:30 presso il mio studio al Polo Scientifico (Rizzi), c/ Dipartimento di Informatica (questo perché per un po' il lunedì pomeriggio avrò lezione, a Trieste). E' sempre possibile concordare un appuntamento via telefono (0432-559413, 0432-558461) o via email.

Nel frattempo il ricevimento è sospeso causa mia assenza per convegno.

| Lunedì 05 Ottobre 2009 at 4:44 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento

Come si ottengono i fondi di ricerca

Ho appena incrociato un articolo molto interessante che descrive uno scenario molto realista sulla procedura tipicamente adottata per distribuire fondi di ricerca (e di conseguenza, ottenerli o no): Lawrence PA (2009) Real Lives and White Lies in the Funding of Scientific Research. PLoS Biol 7(9): e1000197.

L'articolo riguarda sostanzialmente il tempo perso a causa del meccanismo di finanziamento basato sulla presentazione di (lunghi) progetti, lunghi da scrivere e da leggere (da parte dei revisori), il tempo perso addestrando studenti e dottorandi che poi quando non si sa se i prossimi fondi arrivano ovviamente sono costretti a scappare e quindi bisogna ripartire da zero, ecc. Tanta burocrazia che coinvolge direttamente il ricercatore, e che favorisce i gruppi di ricerca grandi che possono permettersi personale aggiuntivo che si occupa solo, appunto, della burocrazia, ed in cui i fallimenti si "nascondono" meglio; con le metriche usuali un gruppo grande appare più produttivo semplicemente perché numericamente finisce per produrre di più, a prescindere dalla qualità.

Con qualche divagazione sui guai causati dall'eccessiva considerazione del numero di paper invece che della loro qualità, ed una serie di commenti inviati all'autore da altri ricercatori. Tra questi ultimi, anche un suggerimento interessante di Ross Cagan per la distribuzione di fondi che diventa effettivamente basata su peer review (a posteriori) invece dell'attuale prejudicial review.

| Mercoledì 30 Settembre 2009 at 9:40 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento
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I miei nuovi H-index

Dopo il calcolo fatto ormai un anno e mezzo fa, mi sono rivisto i miei h-index, complici gli abbonamenti di Ateneo ormai non solo con ISIKnowledge ma anche con Scopus. Quindi:

  • secondo ISI: 10 su 39 pubblicazioni nel database, dove compaio con due nomi (Della Mea V e Mea VD, come su PubMed) ;
  • secondo Scopus: 12 su 50 pubblicazioni, ma risulto avere almeno sei personalità, quanti sono gli identificatori di autore sotto cui sono registrati i miei articoli, compreso un Della Mea, Vinzenco (c'è da dire che è comunque facile reperirli tutti);
  • secondo Google Scholar: 15, ricalcolato ancora a mano, visto che i dati di Google sono molto "sporchi"; non ho intenzione di calcolare i miei dati bibliometrici sulle tesi dei miei studenti o sulle pagine di ringraziamenti ai reviewers pubblicate dalle riviste (che sicuramente non incidono sull'h-index, ma non si sa mai).

Un articolo interessante sul calcolo pratico di questi valori a partire dalle librerie esistenti si trova in Jacso P, Testing the Calculation of a Realistic h-index in Google Scholar, Scopus, and Web of Science for F. W. Lancaster. Library Trends 56.4 (2008): 784-815. Parola chiave: phantom (phantom authors, phantom links, phantom citations, ecc, riferita soprattutto a Google Scholar).

UPDATE: ho fatto un post su come calcolare l'h-index in pratica.

| Mercoledì 16 Settembre 2009 at 10:58 am | | riCercare, vdm | Nessun commento

Sulla (non) centralità dell'Impact Factor

Ricevo un suggerimento di lettura da un collega riguardo un articolo scientifico che effettua una analisi statistica di 39 misure relative all'impatto scientifico degli articoli: Bollen J, Van de Sompel H, Hagberg A, Chute R. A principal component analysis of 39 scientific impact measures. PLoS One. 2009 Jun 29;4(6):e6022.

L'articolo tenta di identificare quali siano le possibili dimensioni del concetto di impatto scientifico, a partire appunto dalle 39 misure (che riguardano citazioni, "uso", reti sociali, ecc). L'esito è che l'impatto dovrebbe dipendere da un nucleo di fattori correlati alla velocità dell'impatto (rapid vs. delayed) ed allo "status" della rivista (popularity vs. prestige, secondo la definizione data in un precedente articolo dagli stessi autori).

In questo scenario l'Impact Factor (e misure simili) non risulta essere particolarmente centrale, anzi: è quasi marginale anche rispetto a misure più semplici da calcolare quali quelle derivate dai log dei server web che distribuiscono articoli, nonostante l'Impact Factor sia al momento la misura di qualità più nota e più prossima ad essere usata nella pratica della valutazione dell'attività scientifica.

Due link interessanti: www.mesur.org/services/ e www.scimagojr.com/ .

| Martedì 28 Luglio 2009 at 12:15 pm | | riCercare | Nessun commento

Training school on Open Source Image Analysis Software in Pathology (Nottingham 24-26 June 2009)

My teaching material

Here you can find slides and links for my lectures during the Training school in the use of Open Source Image Analysis Software in Pathology, which is running now in Ancaster Hall, University Park, University of Nottingham Nottingham, UK (24-26 June 2009). These are my slides: first, second, third, and fourth file. The ImageJ web site is here: http://rsb.info.nih.gov/ij/ .

| Mercoledì 24 Giugno 2009 at 12:34 pm | | riCercare, vdm | Nessun commento

Un altro articolo scientifico poco scientifico

Da due fonti diverse e indipendenti mi è arrivata notizia di un altro articolo scientifico finto, sempre generato con SCIgen, pubblicato da una rivista scientifica: Questa volta c'è stata più reazione che nel caso precedente, probabilmente perché è coinvolto un editore Open Access (che, in sintesi, permette gratuitamente la lettura di tutto, ma chiede un contributo agli autori). In particolare, nei commenti del blog di The Scientist si può leggere una discussione anche un po' oltre il ragionevole tra sostenitori dell'Open Source (ed in particolare Gunther Eysenbach, pioniere del settore) e i sostenitori del modello editoriale tradizionale affiancato dall'autopubblicazione degli articoli (in particolare John Harnad). Per me, visto che l'altro caso aveva coinvolto una rivista tradizionale di un editore tradizionale in un settore tradizionale come la matematica, la questione qualità/serietà/etica va oltre il modello di editoria scelto.

| Martedì 16 Giugno 2009 at 12:50 pm | | riCercare | Nessun commento
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Due seminari aperti di INMED

Giovedì 18 giugno 2009 si terranno due seminari aperti del master di Informatica Medica INMED:

  • ore 9-1230 (DIMI): Claudio Saccavini (Consorzio Arsenàl e IHE Italia): “IHE: Integrating the Healthcare Enterprise”
  • ore 14-1730 (DIMI): Eugenio Santoro (Istituto Farmacologico Mario Negri, Milano): "Internet, web 2.0 e sanità: strumenti e applicazioni al servizio del medico e del cittadino"

La sede è l'aula multimediale del Dipartimento di Matematica e Informatica, via delle Scienze 206 - Udine.

| Lunedì 15 Giugno 2009 at 9:36 pm | | riCercare, succede, vdm | Nessun commento